innaturalità cognitiva del metodo scientifico

innaturalità cognitiva del metodo scientifico

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Razionalità limitata, ritardo della scienza empirica e innaturalità cognitiva del metodo scientifico

La nascita della scienza empirica moderna, fondata sull’osservazione controllata, sulla misurazione, sull’esperimento, sul calcolo delle probabilità e sull’analisi statistica dei dati, rappresenta uno degli eventi più decisivi della storia della conoscenza umana. Tuttavia, proprio la sua comparsa relativamente tarda pone una domanda filosofica e storica di grande rilievo: perché una specie intelligente, tecnicamente abile e capace di accumulare esperienze pratiche non ha prodotto molto prima una scienza sistematica dei dati, delle prove e dell’inferenza?

Una risposta plausibile non può ridurre il problema a una sola causa. Il ritardo dell’emergere della scienza empirica dipende da molteplici fattori: istituzioni sociali, strumenti tecnici, matematizzazione della natura, trasformazioni economiche, pratiche di comunicazione, autorità culturali, disponibilità di strumenti di misura, alfabetizzazione, stampa, università, accademie e reti di scambio intellettuale. Tuttavia, accanto a questi fattori storici e sociologici, vi è anche un fattore cognitivo: la mente umana non è spontaneamente scientifica. Essa è certamente capace di conoscenza, ma tende a interpretare l’esperienza mediante scorciatoie, analogie, narrazioni, attribuzioni intenzionali, aspettative teleologiche, conferme selettive e giudizi intuitivi. In questo senso, la razionalità limitata può essere considerata una delle condizioni che hanno reso tardiva e difficile la formazione di una scienza empirica pienamente fondata sui dati.

Questa tesi va formulata con prudenza. Non si deve dire che la razionalità limitata sia stata la causa unica del ritardo della scienza. È più corretto sostenere che essa ha costituito una condizione di resistenza: un insieme di disposizioni cognitive che, pur essendo spesso utili alla sopravvivenza e all’azione pratica, non conducono spontaneamente al metodo scientifico. La scienza moderna nasce precisamente quando tali disposizioni vengono disciplinate, corrette e integrate da procedure artificiali: misurazione, esperimento, matematizzazione, inferenza statistica, replicabilità, pubblicità dei risultati, critica intersoggettiva e controllo comunitario.

1. Herbert Simon e la razionalità limitata

Il punto di partenza teorico è Herbert A. Simon, che ha introdotto il concetto di razionalità limitata. Contro l’immagine dell’agente perfettamente razionale, dotato di informazioni complete, capacità computazionali illimitate e piena coerenza decisionale, Simon mostra che l’essere umano decide sempre entro vincoli. Le informazioni sono incomplete, il tempo è scarso, le capacità di calcolo sono limitate, l’ambiente è incerto e le alternative disponibili non sono mai tutte perfettamente note.

Per Simon l’uomo non massimizza sempre, ma spesso “soddisfa”: cerca una soluzione abbastanza buona, non necessariamente la migliore in senso assoluto. Da qui il concetto di satisficing, fusione tra “satisfy” e “suffice”: l’agente razionale limitato non esplora indefinitamente tutte le opzioni, ma si ferma quando trova una soluzione accettabile rispetto ai propri scopi, alle proprie risorse e al proprio contesto.

Questa teoria non deve essere interpretata soltanto come una descrizione della debolezza umana. La razionalità limitata è anche una risorsa adattiva. In molti ambienti reali, attendere l’informazione completa sarebbe impossibile o dannoso. Decidere rapidamente può essere più utile che decidere perfettamente. In un contesto di sopravvivenza, la rapidità del giudizio, l’uso di segnali parziali, la semplificazione dei problemi e il ricorso a regole pratiche possono avere un valore enorme.

Tuttavia, proprio ciò che è utile nell’azione immediata può diventare un limite nelle attività conoscitive. Quando l’informazione è ottenibile, quando i dati possono essere raccolti, quando è possibile controllare un’ipotesi, quando il calcolo probabilistico può correggere l’impressione soggettiva, l’affidamento esclusivo a procedure intuitive diventa epistemicamente pericoloso. La razionalità limitata non è dunque semplicemente irrazionalità: è una razionalità economica, adattiva, situata, ma non sempre adeguata alla conoscenza scientifica.

2. Euristiche, bias e cattiva interpretazione dell’esperienza: Kahneman e Tversky

Amos Tversky e Daniel Kahneman hanno mostrato che il giudizio umano in condizioni di incertezza si fonda spesso su euristiche, cioè scorciatoie cognitive che riducono la complessità dei problemi. Le euristiche non sono necessariamente errori: permettono di decidere in modo rapido e spesso efficace. Ma possono generare bias sistematici, cioè deviazioni prevedibili rispetto a criteri normativi di probabilità, logica e statistica.

Tra le euristiche più note vi è quella della rappresentatività. Quando una descrizione sembra rappresentativa di una certa categoria, le persone tendono ad attribuirla a quella categoria anche se le probabilità di base suggerirebbero prudenza. Questo conduce alla trascuratezza delle frequenze di base: il caso particolare, vivido e psicologicamente persuasivo, prevale sul dato statistico generale. In termini scientifici, è un errore decisivo, perché la conoscenza empirica fondata sui dati richiede proprio la capacità di non lasciarsi dominare dal caso impressionante.

Un’altra euristica è quella della disponibilità: ciò che è più facilmente ricordabile, recente, emotivamente intenso o narrativamente efficace viene giudicato più probabile. Un evento raro ma spettacolare può apparire più frequente di un evento comune ma poco visibile. Anche qui si vede la distanza tra esperienza vissuta e conoscenza scientifica. L’esperienza personale non è un campione neutrale del mondo; è selettiva, emotiva, situata, deformata dalla memoria e dalla salienza.

Vi è poi l’ancoraggio: le valutazioni numeriche e probabilistiche vengono influenzate da valori iniziali anche arbitrari. Una prima informazione, un numero, una stima, un’impressione iniziale possono orientare il giudizio successivo. Questo mostra che la mente umana non procede spontaneamente come un calcolatore imparziale. Essa costruisce il giudizio a partire da punti di riferimento contingenti.

Le ricerche di Kahneman e Tversky hanno conseguenze profonde per la storia della scienza. Esse mostrano che l’esperienza non si trasforma automaticamente in conoscenza. L’esperienza può confermare credenze false, rafforzare superstizioni, alimentare illusioni causali, rendere plausibili generalizzazioni indebite. Senza strumenti di controllo, ciò che “si è visto” o “si è sempre saputo” può avere più forza psicologica di ciò che è statisticamente fondato.

3. Gigerenzer: euristiche adattive ed ecologia della razionalità

Gerd Gigerenzer ha criticato una lettura troppo negativa delle euristiche. A suo giudizio, molte euristiche sono strumenti intelligenti, rapidi e frugali. Esse possono produrre decisioni adeguate quando sono adattate alla struttura dell’ambiente. Per questo egli parla di razionalità ecologica: una strategia cognitiva non va giudicata soltanto confrontandola con un modello astratto di razionalità ottimizzante, ma valutando il suo funzionamento in un ambiente concreto.

Questa prospettiva è importante perché impedisce di descrivere la mente umana come semplicemente difettosa. La razionalità limitata ha avuto un valore evolutivo e pratico. In molte situazioni, meno informazione può essere sufficiente, e talvolta addirittura più efficace, se l’ambiente è strutturato in modo tale da rendere affidabili certi segnali. Le decisioni quotidiane, le risposte al pericolo, il riconoscimento di pattern sociali, la scelta rapida tra alternative non richiedono sempre modelli statistici complessi.

Tuttavia, proprio il concetto di razionalità ecologica rafforza il problema della scienza. Una euristica funziona quando l’ambiente in cui viene applicata è compatibile con essa. Ma la conoscenza scientifica moderna si occupa spesso di fenomeni che non sono intuitivamente accessibili: grandi numeri, processi invisibili, scale temporali enormi, causalità multiple, probabilità condizionate, relazioni non lineari, correlazioni ingannevoli. In questi casi l’ambiente cognitivo ordinario non basta. Occorrono strumenti artificiali.

La tesi non è quindi che le euristiche siano inutili, ma che esse hanno limiti di dominio. Sono preziose in ambienti poveri di informazione, urgenti e pratici; diventano insufficienti quando l’informazione può essere raccolta, comparata, calcolata e controllata. La scienza nasce quando l’uomo impara a distinguere tra ciò che è sufficiente per agire e ciò che è necessario per conoscere.

4. McCauley: perché la scienza non è cognitivamente naturale

Robert N. McCauley offre una delle formulazioni più incisive di questo problema. Nel suo libro Why Religion Is Natural and Science Is Not, egli sostiene che la religione è cognitivamente naturale mentre la scienza non lo è. La sua tesi non riguarda direttamente la verità o falsità delle credenze religiose o scientifiche, ma la loro compatibilità con le disposizioni spontanee della mente umana.

McCauley distingue tra naturalezza maturazionale e naturalezza praticata. Sono maturazionalmente naturali quelle capacità che emergono spontaneamente nello sviluppo umano ordinario: riconoscere volti, comprendere intenzioni, attribuire stati mentali, distinguere agenti, percepire pericoli, usare il linguaggio nativo. Sono invece naturali solo in senso praticato quelle abilità che richiedono addestramento, esercizio e istituzioni educative: leggere, scrivere, fare matematica, ragionare statisticamente, comprendere teorie scientifiche astratte.

La religione popolare, secondo McCauley, si appoggia largamente a sistemi cognitivi maturazionali. Gli esseri umani sono naturalmente portati a riconoscere agenti e intenzioni. Quando accade qualcosa di sorprendente, doloroso, favorevole o minaccioso, la mente tende spontaneamente a chiedersi chi lo abbia voluto, quale intenzione vi sia dietro, quale significato abbia. Divinità, spiriti, antenati, forze intenzionali invisibili sono rappresentazioni che violano alcune aspettative ordinarie, ma ne conservano molte altre. Uno spirito può essere invisibile, ma continua a sapere, volere, punire, proteggere, ascoltare. È controintuitivo in parte, ma resta psicologicamente comprensibile perché viene trattato come un agente.

La scienza matura, invece, va spesso contro i sistemi cognitivi naturali. Essa produce rappresentazioni radicalmente controintuitive: la Terra si muove anche se sembra ferma; il Sole non gira intorno alla Terra anche se appare così; gli oggetti solidi sono composti da strutture microscopiche e da spazi vuoti; le specie viventi non sono essenze immutabili; fenomeni complessi possono derivare da processi impersonali, ciechi e statistici; la coscienza non è sempre trasparente a se stessa.

Il pensiero di McCauley è decisivo perché mostra che la scienza non è il semplice perfezionamento del senso comune. Essa è spesso una correzione del senso comune. La scienza non nasce dall’osservazione immediata, ma dalla sfiducia disciplinata verso l’osservazione immediata. Il mondo appare in un certo modo; la scienza insegna che l’apparenza può essere falsa. Il senso comune cerca cause intenzionali; la scienza cerca meccanismi impersonali. Il pensiero quotidiano ama storie coerenti; la scienza richiede dati, misure e controlli.

La scienza è dunque cognitivamente innaturale non perché sia irrazionale, ma perché richiede un uso della ragione che non coincide con i suoi automatismi ordinari. Essa richiede calcolo, astrazione, formalizzazione, esperimento, controllo delle variabili, ragionamento probabilistico, uso di strumenti, linguaggi matematici, addestramento prolungato e comunità specializzate. Per questo è fragile: deve essere insegnata, mantenuta e istituzionalizzata. Se viene meno l’ambiente culturale che la sostiene, la mente umana non conserva spontaneamente il pensiero scientifico nello stesso modo in cui conserva intuizioni agentive, narrative e teleologiche.

McCauley permette quindi di rispondere alla domanda sul ritardo della scienza empirica: la scienza è emersa tardi perché richiede pratiche che contrastano la cognizione spontanea. Non basta essere intelligenti, curiosi o tecnicamente abili. Occorre costruire una seconda natura, cioè un insieme di abitudini intellettuali artificiali: dubitare dell’evidenza immediata, misurare invece di impressionarsi, contare invece di ricordare selettivamente, confrontare ipotesi, accettare risultati controintuitivi, preferire l’inferenza controllata alla narrazione plausibile.

5. Mercier e Sperber: la ragione come strumento sociale e argomentativo

Hugo Mercier e Dan Sperber aggiungono un ulteriore elemento. Nella loro teoria argomentativa del ragionamento, essi sostengono che la funzione principale della ragione umana non sia originariamente quella di scoprire individualmente la verità, ma quella di produrre e valutare argomenti in un contesto sociale. La ragione si sarebbe evoluta soprattutto per persuadere gli altri, difendere le proprie posizioni e controllare le affermazioni altrui.

Questa teoria spiega perché gli esseri umani siano spesso molto abili nel trovare ragioni a favore di ciò che già credono, ma meno abili nel sottoporre le proprie convinzioni a un esame imparziale. Il confirmation bias non sarebbe soltanto un difetto accidentale, ma un effetto della funzione sociale del ragionamento: l’individuo cerca argomenti per sostenere la propria posizione, mentre il gruppo può, in condizioni favorevoli, sottoporla a critica.

Anche qui si vede perché la scienza non sia naturale. La scienza richiede di trasformare il confronto argomentativo in una pratica controllata da prove. Nella disputa comune si può prevalere per eloquenza, autorità, tradizione, prestigio o forza retorica; nella disputa scientifica matura, almeno idealmente, occorre portare evidenze, dati, esperimenti, misure, modelli e previsioni controllabili. La scienza non elimina la dimensione sociale del ragionamento, ma la disciplina mediante norme epistemiche più severe.

6. Hacking: la tarda emersione della probabilità

Ian Hacking è fondamentale per comprendere il ritardo della scienza dei dati. Nel suo studio sull’emergere della probabilità, egli mostra che per lungo tempo gli esseri umani hanno avuto esperienza dell’incertezza senza possedere un concetto moderno di probabilità. I dadi, il gioco, la sorte, il rischio, la testimonianza incerta e le decisioni in condizioni di ignoranza esistevano da millenni; eppure un vero apparato teorico della probabilità emerge in Europa soltanto nel Seicento.

Questo fatto storico è essenziale. Non basta vivere in un mondo incerto per sviluppare una teoria dell’incertezza. Non basta incontrare regolarità empiriche per produrre statistica. Occorrono concetti, strumenti matematici, pratiche di registrazione, problemi sociali e istituzionali che rendano pensabile il trattamento quantitativo dell’incerto.

Hacking mostra inoltre che, tra Settecento e Ottocento, il caso viene progressivamente “domato”: la statistica consente di riconoscere regolarità nei grandi numeri, di vedere ordine dove l’esperienza individuale percepisce solo contingenza. Nasce così una nuova forma di conoscenza: non più la certezza deduttiva né la semplice testimonianza dell’esperienza, ma l’inferenza probabilistica basata su distribuzioni, frequenze, campioni, medie e variazioni.

In rapporto alla razionalità limitata, Hacking mostra che il problema non è solo psicologico, ma concettuale. La mente umana può essere soggetta a bias, ma anche una mente molto intelligente non può usare strumenti teorici che la propria cultura non ha ancora sviluppato. La scienza empirica dei dati richiede un linguaggio dell’incertezza. Finché quel linguaggio non esiste, l’esperienza resta esposta alla narrazione, alla casistica, alla memoria selettiva, alla tradizione e all’autorità.

7. Wootton: l’invenzione della scienza e dei suoi concetti

David Wootton, in The Invention of Science, sostiene che la rivoluzione scientifica non consiste soltanto in una serie di scoperte, ma nell’invenzione di un nuovo modo di pensare la conoscenza. Concetti che oggi sembrano ovvi — fatto, esperimento, ipotesi, teoria, legge di natura, scoperta, progresso — hanno una storia. Non sono categorie naturali della mente umana, ma strumenti culturali che si formano in un determinato contesto storico.

Questo punto è decisivo. Prima della scienza moderna, l’esperienza poteva essere intesa come sapere pratico, testimonianza, autorità degli antichi, osservazione comune o conferma di un ordine già dato. La scienza moderna trasforma l’esperienza in prova. Un fatto scientifico non è semplicemente qualcosa che qualcuno ha visto; è qualcosa che può essere comunicato, controllato, replicato, confrontato con ipotesi alternative, inserito in un sistema teorico e reso disponibile alla critica.

In questa prospettiva, il ritardo della scienza non dipende solo dalla mancanza di intelligenza o curiosità, ma dalla mancanza di un intero vocabolario epistemico. Finché non esistono categorie come esperimento controllato, legge naturale, scoperta progressiva, dato pubblico e ipotesi verificabile, l’esperienza può accumularsi senza diventare scienza moderna.

8. Peter Dear: dall’esperienza comune all’esperimento disciplinato

Peter Dear ha studiato il passaggio dall’esperienza alla pratica sperimentale nella rivoluzione scientifica. Il suo contributo è importante perché mostra che l’esperimento non è una semplice osservazione più accurata. È una forma disciplinata di esperienza, costruita attraverso strumenti, procedure, matematica, controllo e ripetibilità.

La scienza moderna non si limita a guardare la natura: la interroga in condizioni artificiali. L’esperimento isola variabili, produce fenomeni, costruisce situazioni controllate, trasforma eventi complessi in dati interpretabili. Questo richiede una trasformazione profonda del concetto stesso di esperienza. L’esperienza comune è immersa nella vita quotidiana; l’esperimento scientifico è progettato per rispondere a una domanda precisa.

La razionalità limitata tende a trarre conclusioni da ciò che è disponibile e saliente. L’esperimento, invece, crea artificialmente un contesto in cui la disponibilità soggettiva viene sostituita dalla controllabilità pubblica. In questo senso, la scienza può essere vista come una tecnologia dell’esperienza: non si fida dell’esperienza così come si presenta, ma la ricostruisce in modo da renderla conoscitivamente affidabile.

9. Daston e Galison: l’oggettività come virtù storica

Lorraine Daston e Peter Galison hanno mostrato che anche l’oggettività ha una storia. Oggi si tende a pensare l’oggettività come un ideale naturale della conoscenza: vedere le cose come stanno, senza interferenze soggettive. Ma, secondo Daston e Galison, l’oggettività scientifica moderna è una virtù epistemica formatasi storicamente attraverso pratiche, immagini, atlanti, strumenti, norme di rappresentazione e forme di autocontrollo del soggetto conoscente.

Questo significa che l’oggettività non coincide con la semplice sincerità dell’osservatore. Un osservatore può essere onesto e tuttavia selettivo, suggestionabile, guidato da aspettative, inclinato a vedere ciò che la teoria o la tradizione gli fanno vedere. L’oggettività scientifica richiede tecniche di distanziamento: procedure standardizzate, strumenti di registrazione, immagini meccaniche, protocolli comuni, criteri condivisi.

Il contributo di Daston e Galison è particolarmente importante per il tema della razionalità limitata. La soggettività non viene superata da un atto di volontà. Non basta decidere di essere imparziali. Occorre creare dispositivi che limitino il peso dell’impressione personale. L’oggettività è dunque una conquista storica e disciplinare: una pratica di auto-restrizione dell’osservatore.

10. Shapin: fiducia, testimonianza e comunità scientifica

Steven Shapin ha mostrato che la scienza moderna non nasce soltanto da metodi cognitivi, ma anche da forme sociali di fiducia. Nella scienza sperimentale del Seicento, il problema non era soltanto produrre esperimenti, ma rendere credibile ciò che era stato visto. Chi poteva testimoniare? Quali persone erano considerate affidabili? Come si trasformava un’esperienza locale in un fatto pubblico?

Questo aspetto sociologico è essenziale. La scienza empirica richiede comunità capaci di condividere osservazioni, controllare testimonianze, discutere risultati, riprodurre esperimenti e stabilire criteri di credibilità. La conoscenza scientifica non è il monologo di un individuo razionale, ma una pratica sociale regolata.

In rapporto alla razionalità limitata, ciò significa che i limiti dell’individuo vengono compensati dalla comunità. Il singolo osservatore può sbagliare, selezionare, ricordare male, interpretare secondo pregiudizi. Una comunità scientifica ben organizzata può correggere almeno in parte questi limiti mediante confronto, replica, critica e pubblicità. La scienza non presuppone individui perfettamente razionali; costruisce istituzioni che rendono meno distruttiva la loro imperfezione.

11. Strevens: la scienza come macchina della conoscenza

Michael Strevens, in The Knowledge Machine, offre una tesi particolarmente utile: la scienza moderna funziona non perché gli scienziati siano esseri puramente razionali, ma perché sono vincolati da una regola istituzionale che li obbliga a portare evidenza empirica. Ambizioni personali, rivalità, passioni teoriche, desiderio di prestigio e intuizioni speculative non scompaiono; vengono incanalati in una macchina sociale che premia la produzione di prove.

Per Strevens, la forza della scienza sta in una sorta di disciplina ferrea: nelle controversie ufficiali, ciò che conta è l’evidenza. Gli scienziati possono avere motivazioni non pure, ma per vincere una disputa devono trasformare le loro idee in dati, esperimenti, misure, predizioni e controlli. La scienza, in questa prospettiva, non elimina l’irrazionalità umana; la sfrutta e la dirige.

Questo è un punto decisivo per il tema del ritardo storico. Una società può possedere individui intelligenti, tecnici abili e osservatori acuti, ma non produrre scienza moderna se non possiede una norma collettiva che imponga l’evidenza empirica come criterio della disputa conoscitiva. La scienza nasce quando l’autorità, la tradizione, la plausibilità intuitiva e la retorica vengono subordinate, almeno idealmente, alla prova pubblica.

12. Mokyr: cultura della crescita e conoscenza utile

Joel Mokyr collega la nascita della modernità scientifica e tecnologica a una cultura della crescita. Secondo lui, tra età moderna ed Enlightenment europeo si sviluppa un ambiente culturale favorevole all’accumulazione di conoscenza utile, alla critica dell’autorità, alla circolazione delle idee e al collegamento tra sapere teorico e applicazioni pratiche.

Questo contributo serve a evitare una spiegazione puramente cognitiva. Anche se la mente umana è soggetta a razionalità limitata, i suoi limiti possono essere ridotti o amplificati dalle istituzioni culturali. Una cultura chiusa, autoritaria, tradizionalista o ostile alla revisione critica tende a rafforzare i bias confermativi. Una cultura aperta alla discussione, alla sperimentazione, alla competizione intellettuale e alla circolazione delle prove può invece rendere più probabile l’emergere della scienza.

La scienza empirica non richiede soltanto menti capaci, ma un ecosistema sociale che renda conveniente e prestigioso cercare nuove prove, correggere errori, migliorare tecniche, comunicare risultati e sottoporre le conoscenze a revisione. Il dato, da solo, non basta; deve esistere una cultura che gli attribuisca valore.

13. Il dato non parla da solo

Da tutti questi autori emerge un punto comune: il dato non parla da solo. La realtà può essere osservata, ma l’osservazione deve essere selezionata, misurata, registrata, interpretata e confrontata con ipotesi alternative. Senza metodo, i dati possono essere assorbiti da credenze preesistenti. Un caso favorevole può confermare una superstizione; una coincidenza può apparire come causalità; una testimonianza vivida può valere più di una serie statistica; una tradizione autorevole può impedire di vedere un’anomalia.

Questo è il cuore del problema. L’esperienza empirica esiste da sempre, ma la scienza empirica no. Gli esseri umani hanno sempre osservato il cielo, il clima, le malattie, la crescita delle piante, il comportamento degli animali, la nascita, la morte, il movimento, la luce, il suono, il fuoco. Eppure l’osservazione ordinaria non ha prodotto automaticamente fisica, biologia, medicina sperimentale, statistica o teoria della probabilità. Perché? Perché l’esperienza ordinaria viene interpretata secondo categorie spontanee che non sono necessariamente scientifiche.

La scienza nasce quando l’esperienza viene trasformata in informazione controllata. Questo passaggio richiede tecniche di riduzione dell’errore: campionamento, conteggio, misura, confronto, replica, controllo delle variabili, formalizzazione matematica, analisi probabilistica. In questo senso, la scienza è una tecnologia della razionalità: non sostituisce la mente umana, ma la corregge mediante strumenti esterni.

14. Perché la razionalità limitata può aver ritardato la scienza empirica

Si può ora formulare la tesi in modo più preciso. La razionalità limitata può aver contribuito al ritardo della scienza empirica per almeno cinque ragioni.

In primo luogo, perché favorisce decisioni rapide piuttosto che indagini sistematiche. In molti contesti pratici è sufficiente una risposta approssimativa; nella scienza, invece, l’approssimazione intuitiva può essere fuorviante.

In secondo luogo, perché privilegia ciò che è saliente, vicino, memorabile e narrativamente coerente. La scienza richiede invece attenzione a ciò che è ripetibile, misurabile, statisticamente significativo e spesso non evidente.

In terzo luogo, perché tende a cercare conferme. Le credenze intuitive, religiose, metafisiche, tradizionali o pratiche possono assorbire l’esperienza invece di lasciarsi correggere da essa. La scienza richiede invece che le ipotesi siano esposte al rischio della smentita.

In quarto luogo, perché interpreta facilmente gli eventi in termini intenzionali e teleologici. La mente umana trova naturale chiedersi quale scopo abbia un fenomeno o quale agente lo abbia prodotto. La scienza moderna, invece, spiega molti fenomeni mediante meccanismi impersonali, processi ciechi, leggi quantitative e dinamiche statistiche.

In quinto luogo, perché non possiede spontaneamente strumenti per trattare l’incertezza. Probabilità, statistica, inferenza bayesiana, controllo dei campioni e valutazione della significatività sono conquiste culturali. Senza di esse, l’esperienza resta esposta all’aneddoto.

15. La scienza come costruzione artificiale contro i limiti cognitivi

La conclusione che si può trarre è che la scienza empirica moderna non è la manifestazione spontanea della razionalità umana, ma una costruzione artificiale elaborata per correggere la razionalità spontanea. Essa non presuppone che l’uomo sia naturalmente imparziale, statistico, sperimentale e autocritico. Al contrario, nasce perché l’uomo non lo è.

Simon mostra che la razionalità è limitata; Kahneman e Tversky mostrano che l’incertezza viene spesso giudicata mediante euristiche fallibili; Gigerenzer ricorda che tali euristiche possono essere adattive in ambienti appropriati; McCauley spiega che la scienza è cognitivamente innaturale rispetto alle disposizioni spontanee della mente; Mercier e Sperber mostrano che il ragionamento umano ha una forte funzione sociale e argomentativa; Hacking ricostruisce la lenta emersione storica della probabilità; Wootton mostra che la scienza ha dovuto inventare i propri concetti; Dear analizza la trasformazione dell’esperienza in esperimento; Daston e Galison mostrano che l’oggettività è una virtù storica; Shapin evidenzia il ruolo della fiducia e della comunità; Strevens interpreta la scienza come macchina istituzionale che costringe alla produzione di evidenza; Mokyr collega la scienza a una cultura della crescita e della conoscenza utile.

Tutti questi contributi convergono verso una tesi forte: la scienza è tardiva perché è difficile non solo tecnicamente, ma cognitivamente. Essa richiede di andare contro l’apparenza, contro la memoria selettiva, contro l’autorità non controllata, contro il fascino dell’aneddoto, contro il desiderio di conferma, contro la spiegazione intenzionale immediata. Richiede di accettare che la verità possa essere controintuitiva, impersonale, statistica, provvisoria e dipendente da procedure pubbliche.

Da questo punto di vista, la scienza non elimina la razionalità limitata; la organizza. Non trasforma gli uomini in esseri perfettamente razionali; costruisce ambienti nei quali i limiti individuali vengono ridotti da strumenti, regole e comunità. La scienza è dunque una conquista fragile. Deve essere insegnata, praticata, difesa e rinnovata, perché la mente umana tende sempre a tornare verso forme più immediate di spiegazione.

La razionalità limitata, che ha aiutato l’uomo ad agire in condizioni di ignoranza e incertezza, può diventare un ostacolo quando l’informazione è disponibile e può essere analizzata. Il passaggio decisivo della modernità scientifica consiste proprio in questo: non affidarsi più soltanto all’esperienza così come appare, ma costruire metodi per renderla affidabile. La scienza empirica nasce quando l’uomo comprende che vedere non basta, ricordare non basta, raccontare non basta, credere non basta. Occorre misurare, contare, confrontare, replicare, calcolare e sottoporre ogni conclusione alla possibilità dell’errore.

16. Conclusione

La domanda sul ritardo dell’emergere della scienza empirica non può ricevere una risposta monocausale. Tuttavia, la razionalità limitata offre una chiave interpretativa essenziale. L’essere umano non è naturalmente orientato alla statistica, al controllo sperimentale e all’oggettività impersonale. È orientato alla sopravvivenza, all’azione, alla cooperazione sociale, alla narrazione, al riconoscimento di agenti, alla ricerca di significati e alla conferma delle proprie credenze.

Proprio per questo la scienza moderna è una delle più grandi invenzioni culturali dell’umanità: non perché esprima semplicemente ciò che la ragione fa spontaneamente, ma perché costruisce un metodo capace di costringere la ragione a superare se stessa. La scienza è l’arte istituzionalizzata di diffidare della prima impressione. È una disciplina della mente contro i suoi automatismi più persuasivi. Ed è per questo che è nata tardi, che resta fragile e che richiede continuamente educazione, istituzioni e cultura critica.


Bibliografia essenziale

Simon, Herbert A., Administrative Behavior; A Behavioral Model of Rational Choice.

Tversky, Amos; Kahneman, Daniel, “Judgment under Uncertainty: Heuristics and Biases”, Science, 1974.

Gigerenzer, Gerd; Todd, Peter M.; ABC Research Group, Simple Heuristics That Make Us Smart.

McCauley, Robert N., Why Religion Is Natural and Science Is Not.

Mercier, Hugo; Sperber, Dan, “Why Do Humans Reason? Arguments for an Argumentative Theory”.

Hacking, Ian, The Emergence of Probability; The Taming of Chance.

Wootton, David, The Invention of Science.

Dear, Peter, Discipline and Experience: The Mathematical Way in the Scientific Revolution.

Daston, Lorraine; Galison, Peter, Objectivity.

Shapin, Steven, A Social History of Truth.

Mokyr, Joel, A Culture of Growth: The Origins of the Modern Economy.