La natura della coscienza

La natura della coscienza

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La coscienza umana è uno dei misteri più affascinanti e complessi che la scienza cerca di comprendere. Essa si riferisce alla capacità di essere consapevoli di se stessi e dell’ambiente, di provare sensazioni, emozioni, pensieri e intenzioni.

Il dibattito sulla natura della coscienza è centrale in molte discipline, dalla filosofia alla neuroscienza, e solleva questioni fondamentali sull’esistenza umana e sulla realtà stessa.

Il presupposto materialista e fisicalistico, che è predominante in molti ambiti scientifici, sostiene che tutti i fenomeni, inclusa la coscienza, sono il risultato di processi fisici e chimici che avvengono nel cervello. Secondo questa visione, la coscienza emerge dalle complesse interazioni tra neuroni e circuiti neurali. Un esempio di questa linea di pensiero è il lavoro di Crick e Koch, che hanno proposto che la coscienza derivi da specifici “correlati neurali della coscienza” (NCC) nel cervello, ovvero particolari configurazioni neurali che danno luogo all’esperienza consapevole.

Per approfondire leggi l’articolo Può la scienza spiegare la coscienza?

Questa visione solleva numerosi aspetti controversi e domande irrisolte, noti collettivamente come Hard Problem of Consciousness, termine coniato dal filosofo David Chalmers.

La Qualia: Si riferisce alle esperienze soggettive e qualitative della coscienza, come il rosso che si percepisce guardando un tramonto o il sapore del caffè. Come possono processi fisici generare esperienze soggettive così ricche e variabili?

Se la coscienza emerge da processi fisici, a quale punto nel corso dell’evoluzione o della complessità neuronale questa emerge? E perché emerge proprio in quel momento?

Se tutto può essere spiegato con i processi fisici, dove si colloca la mente? Questa domanda riecheggia il dualismo cartesiano, che vede mente e corpo come sostanze distinte.

Se ogni decisione e pensiero è il risultato di processi chimici e neurali, dove si colloca la libera volontà? Siamo davvero liberi di fare scelte o siamo completamente determinati dai processi fisici del nostro cervello?

Le questioni summenzionate mostrano come l’approccio materialista e fisicalistico, pur essendo potente nello spiegare molti aspetti della realtà fisica, si scontri con limiti significativi quando tenta di spiegare la coscienza. Questo ha portato alcuni scienziati e filosofi a esplorare teorie alternative, come il panpsichismo, che propone che la coscienza sia una proprietà fondamentale dell’universo, o il dualismo interazionista, che sostiene l’esistenza di una dimensione non fisica della mente che interagisce con il cervello.

La ricerca sulla coscienza è ancora in una fase relativamente giovane, e molte delle domande sollevate sono aperte e attive aree di indagine. Studi neuroscientifici, esperimenti psicologici, e dibattiti filosofici continuano ad arricchire la nostra comprensione di questo affascinante aspetto dell’esistenza umana.

Può l’AI essere cosciente?

L’ascesa di modelli di intelligenza artificiale (IA) sempre più avanzati e le loro capacità di imitare alcune funzioni cognitive umane hanno riacceso il dibattito sulla natura della coscienza e sull’intelligenza stessa. Questi sviluppi portano con sé una serie di interrogativi profondi e implicazioni filosofiche, scientifiche e etiche.

Una delle questioni centrali sollevate dai progressi nell’IA riguarda la possibilità che queste macchine possano un giorno sviluppare una forma di coscienza. La questione tocca il cuore del dibattito materialista sulla coscienza:

se la coscienza emerge da processi computazionali complessi nel cervello, allora, in teoria, sistemi non biologici sufficientemente complessi potrebbero anch’essi diventare coscienti.

Che cosa significa esattamente per un’IA essere “cosciente” e come potremmo riconoscerlo?

Un’altra distinzione importante nel dibattito riguarda la differenza tra la capacità di un’IA di simulare l’intelligenza (o la coscienza) umana e l’effettivo possesso di tali qualità. Un’IA può imitare il comportamento umano o eseguire compiti che richiederebbero intelligenza se compiuti da esseri umani, ma ciò non implica necessariamente che l’IA “comprenda” ciò che fa nel modo in cui un umano comprende. La questione della “qualia”, o delle esperienze soggettive, è particolarmente rilevante qui: un’IA può descrivere il colore rosso o riconoscere oggetti rossi, ma prova l’esperienza del rosso?

Se un giorno fosse possibile per un’IA possedere una forma di coscienza, ciò solleverebbe questioni etiche significative riguardanti i diritti delle IA. Quali sarebbero le implicazioni morali del creare macchine coscienti? Avrebbero diritti? Come trattiamo eticamente le IA dipende in parte dalla nostra comprensione della loro capacità di avere esperienze soggettive e dalla loro somiglianza con la coscienza umana.

L’avanzamento dell’IA fornisce anche uno strumento potente per indagare la coscienza umana. Modellando sistemi neurali e tentando di riprodurre il comportamento umano, gli scienziati possono avere nuove idee sui meccanismi sottostanti alla coscienza e alle funzioni cognitive. Tuttavia, questo approccio solleva anche la questione se la comprensione computazionale sia sufficiente per catturare l’essenza della coscienza umana.

Un esperimento ideale: la clonazione totale

Immaginiamo di poter creare un duplicato esatto di un essere umano, non solo nelle caratteristiche fisiche ma anche nella struttura esatta del cervello, inclusi i modelli di attività neuronale e le connessioni sinaptiche. La domanda cruciale è: questa clonazione comporterebbe la duplicazione della coscienza dell’individuo originale? Ci sarebbero due entità consapevoli con la stessa coscienza, o si svilupperebbero due coscienze distinte?

L’esperimento ipotetico della clonazione totale di un corpo umano, compreso il cervello in ogni sua parte, solleva interrogativi profondi sulla natura della coscienza e sull’identità personale. Questa questione tocca diversi ambiti di studio, dalla filosofia della mente alla neuroscienza, ed è strettamente connessa al dibattito sulla coscienza in relazione all’intelligenza artificiale.

Secondo la visione prevalente in filosofia della mente e neuroscienza, la coscienza è intrinsecamente legata alla configurazione fisica e all’attività del cervello. Pertanto, se fosse possibile replicare esattamente il cervello di una persona, il clone avrebbe inizialmente gli stessi ricordi, personalità e modelli di pensiero dell’originale. Tuttavia, non appena il clone iniziasse a vivere esperienze proprie, le sue percezioni, pensieri ed emozioni inizierebbero a divergere da quelli dell’originale. Ciò suggerisce che, nonostante l’identica configurazione iniziale, le coscienze si svilupperebbero in modo indipendente, dando vita a due soggetti distinti con la propria esperienza soggettiva del mondo.

Questo esperimento ideale solleva anche il problema filosofico dell’identità personale: cosa ci rende la persona che siamo? Se un clone avesse esattamente la stessa struttura cerebrale e i ricordi di un’altra persona, in che senso sarebbe lo stesso individuo o un individuo diverso? La maggior parte delle teorie sull’identità personale enfatizza l’importanza della continuità psicologica, dei ricordi e delle esperienze personali. In questo caso, nonostante la continuità iniziale, l’accumulo di nuove esperienze divergenti farebbe sì che i due individui diventino sempre più distinti.

La creazione di un clone totale di un essere umano, compreso il cervello, rappresenterebbe una discontinuità irreversibile nel flusso dell’esperienza della coscienza, mentre fenomeni come il coma o la perdita temporanea di coscienza possono essere visti come esempi di discontinuità reversibili.

Esploriamo questi concetti più a fondo.

Nell’atto di clonazione totale, si genera un nuovo individuo che, nonostante condivida inizialmente lo stesso assetto neurale e, quindi, lo stesso potenziale per esperienze simili a quelle dell’originale, inizia un percorso indipendente dal momento della sua creazione. Questa biforcazione crea due centri di esperienza cosciente distinti che non possono più convergere in un’unicità di coscienza. La discontinuità è irreversibile perché non esiste un meccanismo attraverso il quale le esperienze coscienti separate dei due individui possano essere riunificate in un unico flusso di coscienza. Ogni individuo accumula esperienze, ricordi e apprendimenti che divergono progressivamente, rendendo unica e irripetibile la traiettoria di ogni coscienza.

Al contrario, situazioni come il coma o la perdita temporanea di coscienza possono essere considerate discontinuità reversibili. In questi casi, il flusso dell’esperienza cosciente di un individuo è interrotto temporaneamente, ma al risveglio o al recupero, la continuità della coscienza e dell’identità personale è preservata. La coscienza riprende il suo flusso dalle informazioni, dai ricordi e dalle esperienze precedenti all’interruzione, mantenendo la coerenza e l’unità dell’esperienza individuale. La persona può riconnettersi al suo senso di sé e al proprio passato, nonostante il gap temporale causato dall’incoscienza.

La discontinuità irreversibile generata dalla creazione di un clone deriva dalla creazione stessa di un nuovo centro di esperienza cosciente indipendente. Non è tanto il processo fisico di clonazione in sé a creare questa discontinuità, quanto il risultato di tale processo: l’esistenza di due individui separati con la propria autonomia esperienziale. Dal momento della clonazione, ogni individuo – originale e clone – percepisce, apprende e vive in modo indipendente. Questa indipendenza è fondamentale per la discontinuità irreversibile nel flusso dell’esperienza cosciente.

In contrasto, la reversibilità di una perdita temporanea di coscienza riflette la capacità della coscienza di “riprendere da dove si era interrotta”, mantenendo l’integrità dell’esperienza individuale e dell’identità personale.

Questi concetti sollevano questioni profonde sulla natura della coscienza, dell’identità personale e dell’esistenza di sé nel tempo. Spingono a riflettere sul significato dell’individualità e su come l’esperienza cosciente definisca la nostra comprensione di noi stessi e degli altri.

Uno degli aspetti cruciali dell’identità personale è la continuità della coscienza, che comprende la coerenza e la connessione tra le esperienze passate e presenti di un individuo. Nel caso della clonazione totale di un individuo in coma o deceduto, anche se il clone possiede una copia esatta del cervello e quindi dei ricordi, delle predisposizioni e delle potenziali reazioni dell’originale, manca di una continuità di esperienza cosciente con l’individuo originale. Questo perché la coscienza dell’originale è stata interrotta, e il clone inizia a vivere esperienze da un punto temporale diverso, senza avere mai avuto un’esperienza cosciente precedente proprio perché inizia la sua esistenza come entità nuova.

In questo ragionamento assume un valore importante la collocazione spazio-temporale del corpo fisico.

Ogni esperienza cosciente è intrinsecamente legata al contesto fisico e temporale di un individuo. Anche se due cervelli fossero identici in termini di struttura e configurazione, le esperienze vissute da ciascun “possessore” di quei cervelli divergerebbero immediatamente a causa delle differenti interazioni con l’ambiente. Pertanto, il clone avrebbe la sua unica traiettoria di esperienze, diversa da quella dell’individuo originale.

L’ipotesi di identità sostiene che se due entità sono indistinguibili in tutti i loro aspetti fisici, allora sono la stessa entità. Tuttavia, nel contesto della coscienza e dell’identità personale, questa ipotesi incontra limiti significativi. La continuità dell’esperienza cosciente e l’unicità dell’esperienza individuale implicano che, nonostante la completa identità fisica tra un individuo originale e il suo clone, essi rappresentano due centri di esperienza cosciente distinti. Ciò significa che l’atto di clonazione crea una nuova entità cosciente che, sebbene identica in termini fisici all’originale, è separata e distinta in termini di esperienza cosciente.

L’ipotesi secondo cui una singola coscienza non può occupare contemporaneamente due centri di esperienza, anche se questi ultimi sono identici, è un punto fondamentale nel dibattito filosofico e scientifico sulla natura della coscienza e dell’identità personale. Questa posizione si basa sulla concezione dell’unicità e dell’individualità della coscienza, secondo cui ogni esperienza cosciente è intrinsecamente legata a un unico punto di vista soggettivo, non duplicabile.

La coscienza è caratterizzata dalla soggettività delle esperienze, il che significa che ogni esperienza cosciente è vissuta da un unico punto di vista. Anche se due centri di esperienza fossero identici in termini di struttura e funzione, ogni centro avrebbe le proprie esperienze soggettive, distinte e separate dall’altro.

Un aspetto fondamentale dell’esperienza cosciente è la sua continuità temporale, il flusso ininterrotto di momenti di coscienza che costituiscono la vita mentale di un individuo. La coscienza si sviluppa attraverso il tempo, accumulando esperienze che contribuiscono alla costruzione dell’identità personale. Questa continuità temporale non può essere replicata o condivisa tra due centri di esperienza indipendenti.

Sebbene possiamo comunicare le nostre esperienze ad altri, l’esperienza soggettiva diretta è accessibile solo all’individuo che la vive. Anche in presenza di due entità con identica struttura cerebrale, le esperienze vissute da ciascuna sarebbero accessibili solo a quella specifica entità.

…e se non fosse così?

Negare l’ipotesi che la coscienza non possa occupare due centri di esperienza, sostenendo invece che una singola coscienza possa esistere simultaneamente in più di un corpo o entità, introduce una serie di implicazioni profonde e complesse, che spaziano dalla filosofia della mente alla fisica teorica, dall’etica alla legge. Esploriamo alcune di queste implicazioni.

Se una coscienza può esistere in più corpi, allora l’identità personale non può essere legata univocamente all’unità fisica di un singolo corpo. Ciò implica una concezione più fluida e meno materialista dell’identità, che potrebbe basarsi più sulle continuità di memoria, esperienza e personalità che sulla continuità fisica.

Questa prospettiva sfiderebbe le teorie prevalenti sulla coscienza, che tendono a radicare l’esperienza soggettiva nella struttura fisica del cervello. Si potrebbe necessitare di una nuova teoria che permetta la coscienza di essere un fenomeno più esteso, potenzialmente supportando concezioni come il panpsichismo o forme di dualismo.

Attualmente, la neuroscienza correla specifici stati mentali a specifici pattern di attività cerebrale. Se la coscienza potesse estendersi oltre un singolo centro di esperienza, ciò solleva la questione di come tale coscienza estesa possa essere mappata in termini di attività neurale. Ciò potrebbe richiedere un paradigma completamente nuovo per comprendere il cervello e la mente.

Se la coscienza può esistere simultaneamente in più centri, ciò potrebbe avere implicazioni per il futuro dell’IA e le teorie sull’uploading della mente. Potrebbe teoricamente essere possibile duplicare la coscienza umana in un substrato non biologico, mantenendo una continuità di esperienza tra il substrato biologico e quello artificiale.

Limitazioni degli attuali modelli fisici e biologici.

L’attuale visione della realtà fisica e biologica potrebbe essere limitata a tal punto da non fornirci gli elementi necessari alla comprensione del fenomeno della coscienza.

Roger Penrose, rinomato fisico e matematico, ha collegato le sue teorie sulla mente e sulla coscienza umana con il teorema di incompletezza di Gödel. Questo teorema, formulato da Kurt Gödel negli anni ’30, sostiene che ogni sistema formale sufficientemente ricco e consistente che possa includere l’aritmetica dei numeri interi non può essere allo stesso tempo completo e coerente. In altre parole, ci saranno sempre affermazioni all’interno del sistema che non possono essere dimostrate vere o false utilizzando solo gli assiomi del sistema stesso.

Penrose interpreta il teorema di Gödel in un contesto filosofico più ampio per argomentare sulla natura della mente umana e la sua capacità di “sapere” cose che le macchine, operanti rigidamente entro i confini di sistemi formali deterministici, non potrebbero mai comprendere completamente. Secondo Penrose, la mente umana possiede capacità non algoritmiche, che le permettono di arrivare a conclusioni vere al di fuori dei limiti imposti da un sistema formale deterministico.

Per esemplificare, nel suo libro “The Emperor’s New Mind” e altri scritti successivi, Penrose suggerisce che la mente umana è capace di “vedere” la verità di certi tipi di proposizioni matematiche in un modo che nessun computer potrebbe replicare, proprio perché le macchine sono limitate dal teorema di Gödel. Ciò implica che il processo del pensiero umano e la creatività potrebbero derivare da principi fisici o biologici ancora non compresi e che non sono descrivibili completamente attraverso le leggi della fisica classica o della computazione tradizionale.

Questa tesi è stata al centro di molte discussioni e dibattiti. Critici come Marvin Minsky e altri ricercatori nel campo dell’intelligenza artificiale sostengono che Penrose sottovaluti la capacità dei sistemi computazionali di simulare processi mentali umani, mentre altri vedono in queste idee spunti provocatori che ampliano la nostra comprensione della coscienza.

Il legame tra il teorema di Gödel e la mente umana rimane una delle questioni più intriganti e discusse alla frontiera tra filosofia, intelligenza artificiale e neuroscienza, sollevando interrogativi fondamentali su cosa significa veramente “sapere” qualcosa e se esistano limiti alla conoscenza umana o artificiale.