Elinor Ostrom: cooperazione, beni comuni e autogoverno oltre Stato e mercato
Elinor Ostrom è una delle pensatrici più importanti del Novecento per comprendere come gli esseri umani possano cooperare nella gestione delle risorse comuni senza dipendere esclusivamente né dallo Stato centralizzato né dal mercato privatistico. Il suo pensiero nasce contro una grande semplificazione della teoria politica ed economica moderna: l’idea che, davanti a una risorsa condivisa, esistano soltanto due soluzioni razionali, cioè il controllo pubblico dall’alto oppure la privatizzazione.
Ostrom mostra invece che tra Stato totale e mercato puro esiste un vasto territorio istituzionale: quello dei commons, dei beni comuni autogovernati, delle comunità capaci di costruire regole, controlli, sanzioni, procedure decisionali e forme di responsabilità condivisa. La sua opera è una critica tanto al centralismo statale quanto al liberismo ingenuo, ma non coincide né con l’anarchismo romantico né con il comunitarismo sentimentale. La cooperazione, per Ostrom, non nasce dalla bontà spontanea degli individui, bensì da istituzioni ben costruite.
1. Biografia essenziale
Elinor Claire Awan, poi nota come Elinor Ostrom, nasce a Los Angeles il 7 agosto 1933 e muore a Bloomington, nell’Indiana, il 12 giugno 2012. Cresce negli Stati Uniti durante la Grande Depressione e poi nel clima della Seconda guerra mondiale. Questo contesto di scarsità, adattamento e organizzazione pratica della vita quotidiana è importante per comprendere la sua sensibilità intellettuale: Ostrom non guarda alla società soltanto come a un insieme di individui isolati, ma come a una rete di persone costrette a coordinarsi davanti a problemi concreti.
Si forma in scienza politica alla UCLA, in un periodo in cui l’università americana era ancora fortemente dominata dagli uomini, soprattutto nei campi dell’economia, della teoria politica quantitativa e dell’amministrazione pubblica. Il fatto che Ostrom non provenga dall’economia mainstream è decisivo: la sua prospettiva non riduce l’economia ai prezzi, agli scambi e alla proprietà privata, ma la considera come un insieme di istituzioni, regole, decisioni collettive, pratiche locali e rapporti di fiducia.
Un ruolo fondamentale nella sua vita intellettuale è svolto da Vincent Ostrom, politologo e suo marito, con il quale contribuisce alla costruzione del Workshop in Political Theory and Policy Analysis presso l’Indiana University. Da questo ambiente nasce quella che viene spesso chiamata “Bloomington School”, una scuola di pensiero interdisciplinare dedicata allo studio delle istituzioni, della governance policentrica, dell’autogoverno e della cooperazione.
Nel 2009 Elinor Ostrom riceve il Premio Nobel per l’economia, insieme a Oliver Williamson, per la sua analisi della governance economica, in particolare dei beni comuni. È la prima donna a ottenere quel riconoscimento. Il Nobel ha un significato simbolico molto forte: premia una studiosa che aveva allargato il campo dell’economia oltre il mercato, oltre l’impresa e oltre lo Stato, mostrando che la produzione di ordine sociale può avvenire anche attraverso forme collettive di autogoverno.
2. Il contesto storico e culturale
Il pensiero di Ostrom si sviluppa nel cuore del Novecento, un secolo attraversato da grandi alternative ideologiche: Stato o mercato, pianificazione o concorrenza, pubblico o privato, centralizzazione o individualismo. Dopo la Seconda guerra mondiale cresce in molti paesi occidentali la fiducia nello Stato sociale, nella programmazione pubblica, nella burocrazia tecnica e nella capacità delle istituzioni centrali di risolvere i problemi collettivi.
Negli anni Settanta, però, questa fiducia entra in crisi. Le difficoltà economiche, l’inflazione, la crisi fiscale dello Stato, i problemi energetici e l’emergere della questione ambientale mettono in discussione l’idea che l’autorità pubblica possa amministrare efficacemente ogni aspetto della vita sociale. A partire dagli anni Ottanta, con l’ascesa del neoliberismo, prende forza l’idea opposta: se lo Stato fallisce, allora il mercato e la privatizzazione sarebbero la soluzione naturale.
Ostrom si colloca fuori da questa alternativa. Per lei il fallimento dello Stato non prova automaticamente la superiorità del mercato, così come il fallimento del mercato non dimostra che tutto debba essere affidato allo Stato. La sua domanda è diversa: quali regole permettono agli individui di cooperare stabilmente nella gestione di risorse condivise?
Il contesto culturale è anche quello dell’ambientalismo moderno. Dagli anni Sessanta e Settanta crescono le preoccupazioni per l’inquinamento, la deforestazione, la pesca eccessiva, la scarsità idrica, la crisi energetica, la sovrappopolazione e i limiti della crescita. Tutti questi problemi mostrano che molte risorse fondamentali non sono semplicemente private né semplicemente pubbliche. Falde acquifere, foreste, pascoli, zone di pesca, atmosfera e biodiversità richiedono forme di governo complesse, multilivello e adattive.
3. Il problema dei beni comuni
Ostrom studia soprattutto quelli che vengono chiamati common-pool resources, cioè risorse comuni caratterizzate da due elementi. Primo: è difficile o costoso escludere qualcuno dal loro uso. Secondo: l’uso da parte di un individuo riduce la quantità o la qualità disponibile per gli altri.
Esempi tipici sono i pascoli, le foreste, i sistemi di irrigazione, le falde acquifere, le zone di pesca, i laghi, i canali e molte risorse ambientali locali. Se un pescatore pesca troppo, restano meno pesci per gli altri. Se un agricoltore prende troppa acqua da un canale comune, gli altri ne avranno meno. Se troppi animali pascolano nello stesso terreno, il pascolo si degrada.
Qui nasce il problema classico: ciascun individuo può avere un incentivo immediato a prendere un po’ di più, ma se tutti seguono questa logica la risorsa collettiva viene distrutta. Questa dinamica è stata resa celebre da Garrett Hardin con l’espressione “tragedia dei beni comuni”.
4. Contro Hardin: la tragedia non è inevitabile
Garrett Hardin immaginava un pascolo comune nel quale ogni pastore, agendo razionalmente nel proprio interesse, aggiunge animali per ottenere un vantaggio individuale. Poiché ogni pastore ragiona allo stesso modo, il pascolo viene sovrasfruttato e alla fine distrutto. La conclusione sembrava chiara: i beni comuni conducono alla rovina, dunque bisogna scegliere tra privatizzazione e controllo statale.
Ostrom contesta questa conclusione. Secondo lei Hardin non descrive propriamente un bene comune governato, ma una situazione di accesso aperto senza regole. Questa distinzione è fondamentale. Un bene comune non è semplicemente “una cosa di tutti” utilizzabile senza limiti. Un vero commons è una risorsa condivisa da una comunità che dispone di regole di accesso, uso, controllo e responsabilità.
La tragedia dei beni comuni non è il destino inevitabile di ogni risorsa condivisa. È il risultato probabile di una risorsa lasciata senza istituzioni adeguate.
Ostrom non nega che il sovrasfruttamento sia possibile. Al contrario, lo prende molto sul serio. Ma mostra empiricamente che molte comunità hanno saputo gestire risorse comuni per lunghi periodi, talvolta per secoli, senza distruggerle. Ciò è avvenuto quando gli utilizzatori hanno costruito istituzioni efficaci.
5. Cooperazione senza Stato totale
Ostrom non sostiene che lo Stato sia inutile. La sua posizione è più sottile. Lo Stato può svolgere funzioni essenziali: riconoscere giuridicamente i diritti delle comunità, garantire cornici legali, offrire tribunali, produrre informazioni tecniche, impedire abusi di potere e coordinare risorse su larga scala.
Tuttavia, lo Stato non deve necessariamente essere il centro unico della governance. Spesso le autorità centrali conoscono poco le condizioni specifiche dei luoghi. Una regola uniforme decisa da un ministero può funzionare male se applicata a territori diversi, ecosistemi diversi e comunità diverse.
La gestione efficace di una risorsa comune richiede conoscenza locale: chi usa la risorsa, quando, quanto, con quali effetti, secondo quali tradizioni, con quali bisogni stagionali e con quali conseguenze sugli altri. Questa conoscenza è spesso posseduta meglio dagli utenti diretti che da un’autorità lontana.
Per questo Ostrom valorizza l’autogoverno riconosciuto. Le comunità devono poter costruire regole proprie, ma all’interno di un quadro istituzionale più ampio che garantisca stabilità, legittimità e protezione. Non si tratta di abolire lo Stato, ma di impedirgli di soffocare le forme locali di cooperazione.
6. Cooperazione senza mercato puro
Ostrom critica anche l’idea che la privatizzazione sia sempre la soluzione più efficiente. La privatizzazione può funzionare quando una risorsa è facilmente divisibile, recintabile, misurabile e trasferibile. Ma molte risorse comuni non possiedono queste caratteristiche.
Un sistema idrico, una foresta, un banco di pesca, una falda acquifera o un ecosistema non possono essere sempre divisi in proprietà individuali senza produrre effetti collaterali. Privatizzare male può distruggere relazioni ecologiche e sociali che rendono possibile la sostenibilità.
Il mercato puro presume che i prezzi siano capaci di coordinare l’azione umana. Ostrom mostra che, in molti casi, la coordinazione richiede anche fiducia, reputazione, reciprocità, conoscenza pratica, regole condivise, monitoraggio reciproco e sanzioni graduali. Il mercato può essere parte del sistema, ma non esaurisce la vita istituzionale.
7. L’essere umano secondo Ostrom
Un altro aspetto centrale del pensiero di Ostrom riguarda la sua idea di essere umano. La teoria economica dominante tende spesso a rappresentare l’individuo come un massimizzatore egoista e isolato. Ostrom rifiuta questa riduzione. Gli esseri umani non sono angeli, ma non sono nemmeno automi dell’interesse personale.
Gli individui possono cooperare, tradire, punire, perdonare, imparare, costruire reputazione e modificare le regole del gioco. La cooperazione non è fondata su un altruismo ingenuo, ma su una reciprocità condizionata. In altri termini: io sono disposto a cooperare se vedo che anche gli altri cooperano, se le regole sono giuste, se chi viola viene sanzionato, se posso partecipare alle decisioni e se la mia reputazione conta.
Questa intuizione è decisiva. Ostrom mostra che tra egoismo puro e altruismo assoluto esiste uno spazio molto ampio: quello della reciprocità, delle norme, della fiducia, della reputazione e delle istituzioni condivise.
8. Gli otto principi dei commons durevoli
Studiando casi concreti di gestione riuscita e fallita dei beni comuni, Ostrom individua alcuni principi ricorrenti nei sistemi capaci di durare. Non sono ricette meccaniche valide ovunque, ma condizioni frequenti di successo.
1. Confini chiari
Deve essere chiaro chi ha diritto di usare la risorsa e quale risorsa viene governata. Senza confini, il commons rischia di trasformarsi in accesso aperto. Se chiunque può prendere senza obblighi, la cooperazione collassa.
2. Regole adatte al contesto locale
Le regole devono corrispondere alle condizioni ecologiche e sociali del luogo. Un sistema di irrigazione montano non è uguale a uno di pianura; una foresta tropicale non è un pascolo alpino. Le istituzioni devono essere cucite sul contesto.
3. Partecipazione degli interessati
Chi è soggetto alle regole deve poter partecipare alla loro modifica. Se le norme sono imposte dall’alto, possono essere percepite come estranee o ingiuste. Se invece gli utenti partecipano alla loro costruzione, sono più inclini a rispettarle.
4. Monitoraggio
La cooperazione richiede controllo. Ostrom non idealizza le comunità: sa che esistono opportunismo e violazioni. Tuttavia, il monitoraggio più efficace è spesso locale, perché chi vive nel sistema conosce meglio comportamenti, abusi e conseguenze.
5. Sanzioni graduate
Le sanzioni devono essere proporzionate e progressive. Un errore occasionale può richiedere un richiamo leggero; una violazione ripetuta può giustificare punizioni più severe. Così si evitano sia l’impunità sia la repressione eccessiva.
6. Risoluzione rapida dei conflitti
I conflitti sono inevitabili. Per questo servono procedure accessibili, rapide e riconosciute per risolverli. Se ogni disputa deve passare da tribunali lontani e costosi, il sistema rischia di bloccarsi.
7. Riconoscimento del diritto di autorganizzarsi
Le autorità esterne non devono distruggere l’autonomia locale. Una comunità può avere buone regole, ma se lo Stato non le riconosce o le considera illegittime, il sistema diventa fragile.
8. Sistemi annidati
Per risorse grandi e complesse, la governance deve essere organizzata su più livelli. Un canale locale può essere gestito da una piccola comunità, ma un bacino idrico o una foresta regionale richiedono livelli locali, regionali, nazionali e talvolta internazionali.
9. La governance policentrica
Uno dei concetti più importanti di Ostrom è quello di governance policentrica. Un sistema policentrico non ha un unico centro di comando. È composto da molti centri decisionali, parzialmente autonomi, che interagiscono tra loro.
La società non va immaginata soltanto come una piramide con lo Stato al vertice, né come un mercato orizzontale composto da individui che scambiano beni. Va pensata come una rete di istituzioni: comuni, associazioni, cooperative, consorzi, tribunali, agenzie pubbliche, gruppi locali, imprese, famiglie e reti civiche.
Il policentrismo permette sperimentazione, apprendimento, adattamento e correzione degli errori. Se un centro decisionale sbaglia, altri possono sperimentare soluzioni diverse. Inoltre, i livelli locali possono usare conoscenze pratiche che le istituzioni centrali spesso non possiedono.
Tuttavia, Ostrom non idealizza il policentrismo. Esso può produrre conflitti tra livelli, frammentazione, disuguaglianze di potere e cattura delle istituzioni da parte di élite locali. Per questo servono regole, trasparenza, riconoscimento giuridico e meccanismi di coordinamento.
10. Il metodo di Ostrom
Un tratto essenziale del lavoro di Ostrom è il metodo empirico e comparativo. Non costruisce una teoria partendo soltanto da assiomi astratti. Studia casi concreti: sistemi di irrigazione, pascoli, foreste, zone di pesca, bacini idrici, amministrazioni locali, sistemi di polizia metropolitana ed esperimenti di laboratorio sulla cooperazione.
Il suo scopo non è dimostrare che le comunità vincono sempre. Al contrario, Ostrom confronta casi di successo e casi di fallimento per capire quali condizioni istituzionali fanno la differenza. Alcune comunità riescono a cooperare; altre falliscono. La differenza dipende spesso dalla presenza o assenza di confini chiari, regole condivise, monitoraggio, sanzioni, fiducia, partecipazione e riconoscimento esterno.
11. Un esempio: il sistema di irrigazione
Immaginiamo un villaggio agricolo che usa un canale comune. Una soluzione statale totale consisterebbe nel far decidere a un’autorità centrale i turni, le quantità d’acqua, i controlli e le sanzioni. Il problema è che questa autorità potrebbe non conoscere bene il terreno, le colture, i bisogni stagionali e le relazioni tra gli agricoltori.
Una soluzione di mercato puro consisterebbe invece nel privatizzare l’acqua o nel vendere diritti individuali di utilizzo. Ma chi dispone di più denaro potrebbe ottenere più accesso, mentre la logica del prezzo potrebbe ignorare equilibri ecologici e bisogni comunitari.
Una soluzione ostromiana prevede che gli agricoltori definiscano insieme chi può usare l’acqua, in quali turni, con quali obblighi di manutenzione del canale, con quali controlli e con quali sanzioni. Lo Stato può riconoscere legalmente il consorzio; il mercato può esistere per vendere i prodotti agricoli. Ma la risorsa comune viene governata tramite istituzioni collettive.
La formula di Ostrom non è assenza di Stato e assenza di mercato, ma autogoverno regolato, riconosciuto e inserito in un sistema istituzionale più ampio.
12. Ostrom e le grandi famiglie politiche
Ostrom è difficile da collocare nelle categorie politiche tradizionali. Non è una liberista pura, perché rifiuta l’idea che la privatizzazione sia la soluzione universale. Non è una socialista statalista, perché diffida della pianificazione centralizzata. Non è una anarchica semplice, perché riconosce il ruolo del diritto, dello Stato e delle istituzioni pubbliche. Non è una comunitarista romantica, perché sa che le comunità possono essere oppressive, gerarchiche o dominate da élite locali.
La sua posizione può essere descritta come istituzionalismo democratico policentrico. Ostrom crede nella pluralità delle forme istituzionali: a volte funziona il mercato, a volte serve lo Stato, a volte è decisivo l’autogoverno comunitario, spesso occorrono combinazioni ibride.
Il suo pensiero è anti-dogmatico. Non parte dalla domanda: quale ideologia dobbiamo applicare? Parte invece da una domanda concreta: quali regole funzionano qui, per questa risorsa, con questi attori, a questa scala e in queste condizioni?
13. Ostrom oggi: ambiente, digitale e città
Il pensiero di Ostrom è particolarmente attuale. La crisi climatica, la perdita di biodiversità, la gestione dell’acqua, la deforestazione e il degrado degli ecosistemi mostrano che molti problemi contemporanei non possono essere risolti né dal solo Stato né dal solo mercato. Servono forme di governance multilivello, capaci di combinare conoscenza scientifica, partecipazione locale, istituzioni pubbliche, responsabilità collettiva e coordinamento internazionale.
Anche il mondo digitale può essere letto attraverso Ostrom. Progetti come il software libero, le comunità open source, Wikipedia, gli archivi condivisi e i dati aperti non sono beni comuni naturali, ma presentano problemi simili: chi contribuisce? Chi controlla la qualità? Chi decide le regole? Chi impedisce abusi, vandalismi o appropriazioni indebite?
Infine, il pensiero ostromiano è utile per comprendere i commons urbani: giardini condivisi, cooperative abitative, comunità energetiche, spazi culturali autogestiti, biblioteche di quartiere e beni confiscati riutilizzati socialmente. Anche qui il punto non è scegliere tra “tutto pubblico” e “tutto privato”, ma costruire istituzioni condivise con regole chiare, partecipazione e responsabilità.
14. I limiti del pensiero di Ostrom
Il pensiero di Ostrom è potente, ma non privo di limiti. Il primo riguarda la scala. I suoi esempi più convincenti riguardano spesso risorse locali o regionali: pascoli, foreste, sistemi di irrigazione, zone di pesca. Ma come si governa un commons globale come il clima? Il policentrismo aiuta, perché permette molte azioni coordinate a livelli diversi, ma non elimina la difficoltà di costruire vincoli globali efficaci.
Il secondo limite riguarda il potere. Non tutte le comunità sono uguali. Alcuni attori dispongono di più denaro, prestigio, informazioni, armi, relazioni politiche o influenza sociale. Una comunità può essere dominata da élite locali, da rapporti patriarcali, da caste, da gruppi clientelari o da interessi economici forti. Per questo una teoria dei commons deve essere integrata con una teoria delle disuguaglianze e del conflitto.
Il terzo limite riguarda le pressioni esterne. Una comunità può gestire bene una foresta, ma una multinazionale, uno Stato predatorio, una guerra o una crisi economica possono distruggere in poco tempo equilibri costruiti lentamente. L’autogoverno locale ha bisogno di protezione istituzionale.
Il quarto limite è il rischio di localismo chiuso. Il fatto che una comunità si autogoverni non garantisce automaticamente giustizia verso donne, poveri, stranieri, minoranze o gruppi marginali. Per questo l’autonomia locale deve essere accompagnata da diritti, garanzie e possibilità di contestazione.
15. Conclusione
Elinor Ostrom ha mostrato che gli esseri umani non sono condannati né alla tragedia dei beni comuni né alla dipendenza esclusiva dallo Stato o dal mercato. Possono costruire istituzioni collettive per governare risorse condivise, purché esistano regole chiare, partecipazione, monitoraggio, sanzioni proporzionate, risoluzione dei conflitti, riconoscimento dell’autonomia e coordinamento multilivello.
Il nucleo del suo pensiero può essere riassunto così: la cooperazione non è spontaneismo, non è bontà naturale, non è assenza di regole. È una costruzione istituzionale. Funziona quando le persone possono partecipare alla definizione delle norme che le riguardano, quando gli abusi vengono controllati, quando le sanzioni sono giuste, quando i conflitti possono essere risolti e quando le comunità sono riconosciute da sistemi politici più ampi.
Per questo Ostrom è una pensatrice fondamentale del nostro tempo. In un’epoca segnata dalla crisi climatica, dalla sfiducia nello Stato, dai limiti del mercato e dalla fragilità delle istituzioni democratiche, la sua opera ci ricorda che esiste una terza possibilità: non lo Stato totale, non il mercato puro, ma una pluralità di istituzioni capaci di sostenere la cooperazione.
Il suo insegnamento più profondo è che le persone non sono soltanto consumatori, proprietari o sudditi. Sono anche costruttori di regole. E proprio in questa capacità di inventare, correggere e custodire istituzioni comuni si trova una delle risorse politiche più preziose della vita democratica.